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Le classi 5 A e C sezione classica e 5 B, C, D, E, F, G sezione scientifica, in visita a   ROVERETO

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Sopra i monti di Rovereto, aleggia una foschia sottile. Eppure, se si spinge lo sguardo in lontananza, è possibile addirittura vedere l’estremità settentrionale del lago di Garda. Nemmeno le industrie o l’autostrada nella valle riescono a vincere il silenzio. È così difficile immaginare che quel luogo, cento anni fa, era l’inferno. Un inferno di filo spinato, fango, rumore e freddo.

 

Ora il bosco è ricresciuto, l’acciaio del caposaldo è stato smembrato dai recuperanti, la zona è stata bonificata dalle mine e delle trincee è rimasto solo uno scheletro di cemento e sassi. Qualche volta, ci dice la guida, la pioggia scava nel fango e riporta alla luce non solo pallottole e granate, ma anche semplici oggetti che testimoniano la vita quotidiana in trincea: una routine di stenti, paura e attese cariche di tensione.  Gavette, scatole di latta o burattini colorati ci ricordano che dentro le uniformi c’erano uomini con una storia e un passato spazzati via dalla mitraglia. Seduti su ciò che resta dell’osservatorio, guardiamo il panorama che si stende sotto di noi ascoltando la guida. Ci racconta della vita dei soldati: molti avevano la nostra età. Accogliamo l’informazione leggermente in difficoltà. Qualcuno continua a fissare l’orizzonte, ma cerca di immaginarsi dietro ad una trincea nel 1918.

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Tali pensieri si interrompono con l’arrivo del pranzo. Il rumore della guerra che ci pareva di udire, viene sostituito dal brontolio dello stomaco. È dura resistere fino a mezzogiorno; figurarsi i soldati che ricevevano un pasto al giorno! Mentre mangiamo, facciamo la conoscenza di un gruppo di Alpini: sono loro ad occuparsi del mantenimento di ciò che resta delle trincee. Uno di loro, un novantenne di nome Spartaco, ci parla di sé. E così, dopo la prima guerra mondiale, ci viene offerto un breve scorcio di vita della seconda. Inspirando a fondo, rievoca energicamente suoni, colori e sopratutto profumi dell’arrivo degli Americani con immagini talmente vivide da parerci concrete. Ci fissa uno per uno con gli occhi azzurri assicurandosi di trasmettere ciò che è impresso indissolubilmente nella sua memoria. Anche gli oggetti esposti al museo della guerra visitato nel pomeriggio, seppur inanimati, sono in grado di porgerci una testimonianza forte. I cannoni, le uniformi e i caschetti dichiarano quanto la guerra non fosse un semplice effetto collaterale di inizio Novecento, ma il vero e proprio fulcro di tale periodo. Qualunque aspetto della vita, era permeato dalla guerra. Dirigendoci verso l’uscita, passiamo accanto a un cannone di dimensioni mastodontiche e qualcuno, forse messo a disagio da quel gigante di acciaio, sussurra: “Per fortuna sono nato in questo secolo”.

Lasciamo il museo sotto sera proprio mentre la luce del tramonto autunnale proietta le ombre dei monti su una terra carica di storia.

Benedetta Pigoni, 5 C classico

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Immagina

Immagina un buco in terra.

Immagina stare in questo buco per giorni e giorni, per mesi, mangiando una sola volta al giorno , quando si è fortunati.

Immagina il freddo di Gennaio in una notte di neve, su una montagna.

Immagina le orecchie assordate: gli spari dei cannoni che sbattono incessantemente contro i timpani.

Immagina dover correre incontro ad una mitragliatrice che sputa centinaia di colpi al minuto , nella nebbia, nel fango che ti fa cadere per terra.

Immagina tuo fratello di fianco che non si rialza.

Immagina il filo di ferro che taglia le mani.

Immagina non dormire per giorni, non potersi opporre ad un ordine suicida, vedere un amico ucciso da un ufficiale .

Immagina tre anni così, senza muoversi di un metro.

Immagina l’inimmaginabile e dagli un nome: fronte.

Luigi Menozzi, 5 B scientifico  

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(foto a cura di Anna Gandini, 5 C classico)