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“Emilia Wine”, ha detto Culzoni, “è una società cooperativa agricola nata dal sogno comune di 726 soci, oggi diventati 800, distribuiti in oltre 1800 ettari tra la via Emilia e l’Appennino, in una terra di mezzo tra due fiumi, il Secchia e l’Enza, nei territori di Arceto, Correggio e Prato di Correggio”, ha detto ai ragazzi.

Emilia Wine è una cooperativa vinicola tradizionalmente legata al suo contesto territoriale: i suoi viticoltori lavorano con passione ed esaltano la purezza dei frutti della natura con amore e rispetto, creando un vino di qualità che lega indissolubilmente l’uomo e la sua terra. Per garantire “l’eccellenza dal vigneto al vino”, ha detto Alberto Baroni, agronomo di Emilia Wine, “c’è bisogno di severi controlli durante tutta la filiera produttiva: i vini e i lambruschi di Emilia Wine sono il prodotto naturale di una terra genuina.

Dai grappoli selezionati del florido ter­ritorio reggiano nascono vini conviviali e contemporanei”.

Già, perché fin dai tempi dei Romani, l'Emilia è tradizionalmente un territorio vocato, anche per via della sua confor­mazione geografica, alla coltivazione della vite e alla produzione di vitigni ideali per la vinificazione.

“Gli oltre 1800 ettari di vigneti, che ci conferiscono ben 370.000 quintali di uva ogni anno, si estendono in un vasto territorio che va dalle pianure di Correggio, San Martino e Rubiera fino ai Colli reggiani di Arceto, Scandiano e Casalgrande”, ha detto Culzoni, “insomma, ad ogni terreno la sua uva... I terreni di pianura, tendenzialmente freschi e argillosi, si prestano ad Ancellotta e Lambruschi, in quelli di collina, più asciutti e soleggiati, si colti­vano anche i vitigni a bacca bianca quali Spergola, Malvasie e Sauvignon. Il clima, particolarmente favorevole, è caratterizzato da ideali escursioni termiche e giusta piovosità tipica di un’area che si posiziona tra il fiume Po e l’Appennino Tosco Emiliano”.

Un altro importante tema toccato da Paolo Culzoni e Alberto Baroni è stato quello dell’eco sostenibilità ambientale e delle energie rinnovabili, settori che sono già, e che saranno sempre di più, al centro dell’attenzione pubblica. “Ma lo sapete voi”, ha chiesto Paolo ai ragazzi, “quanti scarti di raspi si otten­gono dalla pigiatura dell’uva?”. La quantità è davvero impressionante: “per averne un’idea, pensate ad una monta­gna alta come la vostra scuola”, ha detto Paolo. Che ne sarà di questi scarti? Grazie ad una innovativa cooperativa, la CAT, prima Cooperativa Agroenergetica d'Italia certificata da Enama (Ente Nazionale per la Meccanizzazione Agricola), è possibi­le riutilizzare questi scarti e sfruttarne al massimo il potenziale energetico in essi contenuto per ricavarne biogas ed energia elettrica: vero e proprio esempio d'eccellenza nella produzione di energia green integrata nel suo territorio, la Cooperativa, da alcuni anni, ha deciso di aprire le proprie porte alle scuole in una serie di incontri che vedono per protagonisti gli stessi studenti. CAT gestisce due fermentatori da 2.500 m3 ciascuno alimentati principalmente da biomasse provenienti da coltivazioni dedicate e da liquami animali: l’impianto, con una potenza elettrica nominale di 1 Megawatt, produce energia elettri­ca che, una volta immessa in rete, sod­disfa circa 1.600 famiglie della zona. Tutto parte dalla fermentazione del materiale organico da cui si origina biogas il quale, a sua volta, muove un generatore che produce energia elettrica.

Ad oggi, alla CAT si concentra oltre il 50% dei raspi derivanti dalla produzione vitivinicola reggiana e modenese. Le aziende agricole sui cui terreni vengono coltivati mais e triticale da destinare alla produzione di energia sono ben 26 e a queste vanno aggiunte le più importanti realtà vitivinicole reggiane e modenesi tra cui la stessa Emilia Wine. Cosa resta da questo processo di lavorazione? Resta un prodotto, chiamato digestato, che gli agricoltori utilizzano come fertilizzante naturale nei campi e nei vigneti.

Insomma, non solo materiali di scarto vengono utilizzati per produrre energia elettrica a impatto zero, ma gli stessi scarti della lavorazione vengono reimpiegati come fertilizzanti naturali.

Daniele Meglioli